4 feb 2009

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L’intervista (vera) a Gianluca Vignali

pace2Capacità, abilità, talento, doti fisiche; ogni giorno i maestri di tennis discutono su questi aspetti. Tuttavia che cosa accade quando si ha di fronte una persona costretta per tutta la vita a rimanere seduta su una carrozzina? Non mi sono mai trovato in una situazione del genere, e credo che non sarei in grado di affrontarla con il giusto atteggiamento. Recentemente ho avuto la fortuna di incontrare il maestro Gianluca Vignali, tecnico che da molti anni si dedica con passione agli atleti cosiddetti disabili. Nessuno meglio di lui poteva soddisfare la mia curiosità, e farmi comprendere meglio che cosa significhi fare sport seduti su una carrozzina, un punto di vista del tennis a me sconosciuto. Come si è avvicinato al tennis in carrozzina? Casualmente. Un pomeriggio si presentò al mio circolo un ragazzo disabile chiedendomi lezioni di tennis. Era il 1996, conoscevo pochissimo l’argomento, si può dire che ero totalmente impreparato. Lui era molto motivato e si offrì di aiutarmi con i primi rudimenti (a cui seguirono anche suggerimenti di un altro giocatore diventato poi tecnico e a cui devo molto) e così per curiosità più che per convinzione cominciai ad interessarmi a questo mondo.

Tutto diventò molto più chiaro e semplice però solo l’anno dopo quando mi diplomai all’accademia di Van Deer Meer negli Stati Uniti proprio sul tennis in carrozzina. Eravamo una decina di maestri provenienti da tutto il mondo, in pratica esisteva solo quell’unico stage. Ricordo che facemmo una bellissima esperienza e tanto lavoro sul campo aiutati dall’allora numero uno dei giocatori David Hall!

Quante persone in Italia si dedicano al tennis in carrozzina?

Attivamente? Più o meno 250/300 giocatori, una trentina di tecnici, venticinque associazioni sportive molto attive.

È molto diverso preparare atleti costretti a gareggiare su una carrozzina?

Si ci sono differenze. Ma non grandi come si possa pensare. Anzi vado oltre dicendo che le differenze con il tennis in posizione eretta sono sempre meno e saranno sempre meno in futuro, anche se non si raggiungeranno mai le prestazioni velocistiche dei normodotati.

Dal punto di vista psicologico per un atleta disabile quanto conta poter fare sport?

E’ un valore incommensurabile, un passo che cambia il rapportarsi con il proprio corpo e spesso la riappropriazione della propria identità.

Normali e disabili, queste due parole che significato hanno per lei?

E’ una domanda difficile! Rispondere compiutamente richiederebbe molto tempo e molte riflessioni. Ma voglio dirti due cose. La prima è che queste due definizioni sono in continuo mutamento. Quello che potremmo dire oggi sarà diverso domani ed è diverso da ieri, merito dei cambiamenti in atto nella società.

La seconda è che non mi piacciono le catalogazioni, e questa in particolare mi sembra fuori luogo. Mi verrebbe da rispondere che non hanno significato nel senso che non vedo differenze anche se non nascondo che invece ancora ce ne siano, eccome!

Ha seguito la nostra nazionale alle Olimpiadi di Pechino, una bella soddisfazione?

Una paraolimpiade è sempre qualcosa di speciale che rimane nel cuore. In questo senso sono onorato di averne fatto parte. Da un punto di vista sportivo purtroppo nessuna soddisfazione. Abbiamo lavorato intensamente in questi anni ma non siamo riusciti a raggiungere nessuna posizione di vertice, almeno in questa competizione..

Quanto può fare la società per aiutare queste persone?

A costo di sembrare ripetitivo è mia forte convinzione che non occorrerebbe niente di più di un pari trattamento. Faccio un esempio: durante le ultime olimpiadi ogni giorno potevamo vedere le gare e i risultati sportivi 24 ore su 24 in chiaro, le paraolimpiadi invece sono state trasmesse solo sul digitale terrestre per poche ore al giorno.

E’ anche vero che i numeri e forse l’audience non giustificherebbero un investimento di questo tipo, però a mio avviso neppure un rapporto così negativo! In altri paesi ti risponderebbero:” it’s no fair..”

Che opinione ha di Oscar Pistorius e della sua volontà di gareggiare con gli atleti normodotati?

Dal momento che è stato riconosciuto che non gode di alcun “vantaggio” derivato delle protesi (anche se questo mi fa un po’ ridere pensare che un atleta sia avvantaggiato perché ha 2 protesi) ritengo che sia un suo diritto e un suo obiettivo!

Quale è il suo auspicio per il futuro dello sport disabile?

La nostra società deve prender atto che questa realtà è in grande crescita e che ci sono uomini e donne in grado di offrire grandissime performance anche stando seduti!

 

Andrea Villa

 

Gianluca ha scelto per l’intervista la foto dell’uguaglianza.

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