20 mar 2009

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La replica (27) Solitudine

solitudine2Pubblicato sul mio vecchio blog (www.tcapreago.blogspot.com) domenica 13 aprile 2008. Buona lettura!

 

Cerco spesso la solitudine, ne ho bisogno; mi serve per pensare, per riposare, per scrivere. In alcuni momenti è la mia compagna preferita, a cui non devo raccontare nulla, di cui non devo ascoltare nessun discorso. La invito a stare con me quando desidero la pace, la tranquillità che nemmeno un grande amore per ora ha saputo darmi. Mentre scrivo sono solo, mi alzo dalla sedia per cercare la giusta ispirazione, pochi passi in salotto nel silenzio di casa. Questa solitudine non fa paura, anzi riesce a farmi sentire libero, è per questo motivo che l’accolgo senza indugi ogni sera. La stagione degli allenamenti sta per concludersi, tra meno di due mesi i corsi saranno finiti. In questo periodo le presenze sono poche, i ragazzi si dedicano allo studio, forse per recuperare qualche brutto voto, e sperare di terminare l’anno in maniera positiva. Per me si avvicina il tempo dei bilanci, i pensieri si soffermano sulle cosa fatte e non su quelle da fare; la stanchezza che vedo negli allievi è anche la mia, insieme dobbiamo tenere duro, non possiamo sprecare il lavoro iniziato a settembre.

Tuttavia negli ultimi giorni guardandomi un po’ attorno, ascoltando le cose dette, e osservando alcuni sguardi, ho avuto l’impressione di essere solo. Per un attimo mi è sembrato che gli sforzi profusi durante l’anno non abbiano lasciato una traccia veramente indelebile. Poco tempo fa un amico maestro mi spiegava le sue perplessità, anche per lui era affiorata un po’ di insoddisfazione; raccontava di non essere riuscito a raggiungere pienamente gli obbiettivi fissati, di aver tentato in ogni modo di coinvolgere e motivare, di essere sempre un esempio, ma di non aver visto una adeguate risposta alle sue fatiche. Forse siamo entrambi troppo esigenti, dovremmo abbassare le nostre pretese, in fondo il tennis è pur sempre un gioco, soprattutto per i ragazzi. Non essere un vero traino per gli allievi, non vederli con gli occhi arsi dalla passione, lo faceva sentire solo: capivo perfettamente che cosa l’amico maestro stesse provando! Questo strano tipo di solitudine provata recentemente mi ha spaventato e debilitato, quasi ci fosse stato un improvviso distacco, che mi impediva di percorrere la stessa strada dei miei allievi. Vorrei che il loro cibo sul campo fosse soltanto l’autentica voglia di migliorare, di superarsi per scoprire i propri limiti, e magari realizzare il sogno di diventare giocatori: ascoltare da un altro maestro le medesime parole non mi è stato di consolazione, è stata la conferma di certe sensazioni.
La solitudine che cerco la sera è una necessità, un rifugio; quella provata in settimana è sinonimo di delusione e fallimento, come quando nessuno sembra in grado di capirti.
Forse è la stanchezza a far nascere questi ragionamenti, un lungo anno sulle spalle pesa non poco; tuttavia le stagioni passano e queste inquietudini si ripresentano puntuali. Nel mio lavoro ho sempre pensato in grande, vorrei che lo facessero anche gli allievi: abbiamo una enorme opportunità, esaltare la vita per renderla speciale, e se anche si tratta solo di un gioco, io voglio giocarlo fino in fondo! E voi?


Andrea Villa

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