10 Mag 2009

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L’articolo della settimana (37) Insegnare il nulla

nullaIl vecchio maestro continua a ripeterlo: insegniamo il nulla. Prendere una palla, trattenerla per qualche millesimo di secondo su una rete, vederla volar via, osservare la traiettoria, il rimbalzo: ecco il gioco del tennis. Tutto si consuma in poco tempo, un gesto meccanico, il tentativo continuo di catturare qualcosa impossibile da possedere: il volo di una sfera. Ascolto il vecchio maestro da sempre, le sue storie, le teorie, i racconti che si perdono lontani, quando io non ero ancora nato, e non avevo ancora toccato con mano l’attrezzo, la spada del fasullo duello. L’esperienza pesa, il vissuto è l’elemento decisivo per attribuire l’autentico valore alle cose, per comprendere come separarle, quali tenere, quali scartare. Stare accanto a chi possiede tale preziosa merce è un’occasione da non sprecare, per chiedere consiglio, e non trasformare un gioco in qualcosa di drammaticamente importante. Conosco tanti maestri che si prendono molto sul serio, li vedo muoversi tra i campi come fossero capi di stato, politici con in mano le sorti di un paese, alle prese con il futuro del mondo intero.

Anche un cagnolino è in grado di prendere una palla, è il semplice istinto a dettargli lo scatto, a scegliere il modo per bloccare l’oggetto lanciato lontano: ecco un esempio che spesso propone il vecchio maestro. Non lo fa per provocare, per sminuire, per irridere la categoria degli insegnanti; è il suo originale modo per ricordare a tutti che in fondo non è così complicato raggiungere e fermare una palla. Maestri psicologi, maestri manager, maestri imprenditori, maestri nazionali, coach, tecnici, motivatori, allenatori, santoni: quante definizioni per insegnare il nulla, per tentare solamente di far incontrare al momento giusto una racchetta con una pallina, una grande mano che rincorre una gialla sfera fatta di gomma e ricoperta da un sottile feltro. Addestramento e allenamento, insegnare e imparare, migliorare e peggiorare, vincere e perdere, ogni giorno sento queste parole; mi accompagnano dal primo momento che ho messo il piede in campo, tanti anni fa, e solo grazie al vecchio maestro hanno assunto il legittimo significato. Dentro le righe c’è il nulla, una realtà virtuale, inventata, costruita per dare un senso a qualcosa che non può averne. Un gioco rimane un gioco, prendere una palla è una sciocchezza, una banale invenzione, a cui tutto intorno si è modellato un piccolo mondo. Fuori c’è la vera vita, quella in cui non basta saper muovere con destrezza un intreccio di corde, dove non sono sufficienti pochi millesimi di secondo per essere considerati una divinità: il Dio del nulla. Quasi con crudeltà e rassegnato realismo, discuto di questo con il vecchio maestro, il primo ad arrivare, l’ultimo ad andare via, dopo cinquanta anni di insegnamento. Allora non comprendo quello che mi sembra un paradosso, dedicare anima e corpo al tentativo di far imparare il nulla. Poi guardandolo con più attenzione, capisco che anche in mezzo al vuoto, si può trovare qualcosa, forse è sufficiente allungare una mano e fermare quella benedetta palla.

 

Andrea Villa

  1. Bellissimo articolo…come sempre….a volte insegnando mi succede di dar troppa importanza a questo sport, alla mia maniera di insegnarlo, alla reazione dei ragazzi…però hai ragione tu…è solo un gioco…dovremmo pensarlo più spesso…

    Grazie per avermici fatto pensare…

    Max

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