4 ott 2009

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L’articolo della settimana (57) Il gruppo giusto

giustoTutti gli allievi vogliono essere inseriti nel gruppo giusto. È una richiesta che viene fatta sempre più spesso, un’esigenza quasi indispensabile al corretto apprendimento. Sono i genitori ad insistere in questo senso, a preoccuparsi che il figlio sia messo insieme a qualcuno di loro gradimento; è strano che in uno sport singolo si ponga tanta attenzione agli altri, e meno alle capacità individuali. Tutti desiderano migliorare, divertirsi, essere contenti dopo una lezione; uscire tristi e demotivati da un allenamento non fa piacere, ma raramente la colpa dell’insoddisfazione viene attribuita alle proprie indecisioni e insicurezze, piuttosto a quelle altrui. È quindi colpa dei compagni di corso se il tempo passato sul campo non è stato proficuo, poco appagante, addirittura inutile. Ecco che allora si cerca di cambiare gruppo, cercando quello giusto, all’altezza delle aspettative, a livello del valore che ognuno si attribuisce. Tutti chiedono di giocare con qualcuno che sia più bravo, perché è l’unico modo per poter progredire: circondarsi di persone dalle capacità superiori.

Siamo sicuri che questo ragionamento sia vero? Credo che lo sia in parte. È molto difficile dare un giudizio su ragazzi in fase di crescita, sia umana che sportiva; è altrettanto complesso capire quando e quanto riusciranno a migliorare, perché la via dell’apprendimento rimane molte volte oscura anche all’occhio più esperto. Formare gruppi di allenamento diventa così un puro esercizio di equilibrismo, in cui si tenta di accontentare piuttosto che di indicare il percorso più veritiero possibile. Nessuno ama sentirsi sminuito o poco considerato, pochissimi comprendono quali siano le proprie reali potenzialità. Tutti tendono a sopravvalutarsi, con la complicità dei genitori, che insistono nel cercare la sistemazione più adatta ai figli, garanzia di miglioramento. Sono convinto che il gruppo giusto non esista, c’è soltanto l’individuo con i suoi pregi e difetti, le motivazioni, i sogni, le cadute e la volontà di ripartire; chi corre più veloce di solito lascia indietro gli altri, nonostante le zavorre o presunte tali: in fondo il traguardo è l’unica cosa che conta.

 

Andrea Villa

  1. cecilia says:

    …per caso parli di mèèè, colei che per un paio d’anni ha fatto carte false per accedere al gruppo migliore??

    cooomunque devo dirti che nn concordo pienamente.. il gruppo giusto esiste eccome, la cosa difficile è trovarlo o formarlo.. giocare con persone poco stimolanti serve a poco.. nn ci sono solo io sul campo; io gioco con un avversario o addirittura con un compagno e 2 avversari.. quindi la faccenda è più complessa noo??
    e inoltre il traguardo è l’ultima cosa che conta.. l’ultima dopo taaaantissime piccolezze che rendono quell’ora di lezione o quella partita speciale!

  2. L’articolo non è riferito a qualcuno in particolare; credo che il gruppo giusto non esista a prescindere, piuttosto si crea nel tempo grazie alle capacità e alle attitudini di tutti i componenti. L’ambiente è importante in tutte le faccende, anche nello sport, ma non deve venire prima delle motivazioni individuali. La tua scelta era basata su conoscenza ed esperienza, e non su supposizioni: quelle che molti genitori fanno essenzialmente per proteggere i figli. Quanto al traguardo è il risultato di tante cose, ma ha un’importanza decisiva, è la motivazione che ci spinge a voler arrivare ovunque si desideri!
    Andrea Villa

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