11 Ott 2009

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L’articolo della settimana (58) Il privè

priveNon ho mai amato i privè; chissà che cosa devono avere le persone di tanto speciale per entrarci, per sedersi a quel tavolo di fortunati, di privilegiati. Gli ho sempre guardati con sospetto, e con una punta di ridicolo, in fondo siamo tutti uguali, tranne chi riesce ad mettere piede dove gli altri non sono invitati. Sono poche le persone che hanno accesso, si presentano e subito vengono riconosciute, di solito basta un cenno e i guardiani di turno lasciano aperto il passaggio. Così gli oceani si spalancano e la strada verso la terra promessa è visibile, raggiungibile con pochi passi: finalmente si è dentro. D’altronde bisogna avere certe caratteristiche, non neghiamolo, non facciamo gli ipocriti, lasciamo vincere la sincerità, piuttosto che l’invidia: se tutti potessero accomodarsi nel privè che senso avrebbe? Divani di gran moda, luci soffuse, musica al volume giusto, camerieri pronti ad ogni schioccare di dita e naturalmente la più dolce delle compagnie: un concentrato che pochi sono capaci di apprezzare. I curiosi di solito sono tenuti alla larga, detestati, disprezzati, quasi odiati; chi è comodamente appartato non desidera essere disturbato, infastidito, o peggio riconosciuto.

Le notti sono lunghe, durano fino al mattino, nella riservatezza del vero divertimento, del baccanale più sfrenato, dove scorrono fiumi di bevande preziose fino ad esaurimento scorte. Il ricambio nel privè avviene molto di rado, si ottiene il lascia passare solo quando si libera un posto, dopo essere stati in lista d’attesa per molto tempo. La terra promessa è ricca di piacere, diversa da ogni altro luogo, un mare incantato che fa brillare gli occhi. E’ facile ambientarsi, semplice come bere un bicchiere d’acqua, in fondo una volta entrati si diventa uguali a tutti gli altri. Non ho mai amato i privè, ed è per questo che ho chiamato così il mio campo. Un nome strano per un rettangolo dove più che altro si gioca a tennis, non una discoteca, un locale famoso, con una fila interminabile davanti all’ingresso. Naturalmente l’accesso è consentito a tutti, non ci sono enormi guardiani a bloccare le persone poco gradite, inviti da esibire, o liste dove trovare il proprio nome. Massima libertà quindi, chi desidera varcare la soglia può farlo serenamente, senza timore, o peggio la paura di essere cacciato indietro. Non ci sono oceani da attraversare, conoscenze divine da esibire, titoli da tirar fuori, nel mio privè sono altre le cose da portare con sé. Tuttavia niente viene chiesto come immediata garanzia, preferisco che sia l’ambiente stesso e il tempo a far emergere ciò che conta veramente; pregiudizi e preconcetti non trovano posto, non hanno dimora, sono le uniche cose a dover rimanere fuori: se vogliono possono godersi lo spettacolo da fuori. Nel privè si viene per imparare, per innamorasi del tennis, per essere felici, per sognare, ridere, scherzare, prendersi in giro, vincere, perdere, giocare, discutere, confidarsi, trovare un aiuto. Non serve avere danaro, ricchezze di qualunque genere, terreni, gioielli, ville, yacht, automobili di lusso: tutto questo non ha peso, è irrilevante, di poco conto. È sufficiente avere un cuore che batte forte, un animo autentico, sincero e ricolmo di amore e buone intenzioni: il resto può essere gettato via. Ho cominciato a chiamare il mio campo privè qualche anno fa, chi ha per la prima volta suggerito questo nome, sono sicuro che ora si starò facendo una bella risata. Io sono ancora lì, per accogliere vecchi e nuovi, e continuare a tenere in vita un progetto ogni giorno più bello. C’è posto per tutti, in un campo da tennis grande quanto una prateria, dove le impronte dei passi non si contano più; è il mio orgoglio, lasciare che il talento di ognuno riesca a crescere senza costrizioni, in piena libertà. Lo sport è solo una scusa, un batter di pallina, un semplice incontrarsi nell’unico privè che assomiglia tanto ad un paradiso: i miei allievi lo sanno.

 

Andrea Villa

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