15 Nov 2009

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L’articolo della settimana (63) Così vicini, così lontani

insiemeIl campo dove faccio lezione ogni pomeriggio, confina con altri due; non ci sono barriere a dividerli, tutto quello che accade è facilmente visibile, ascoltabile, memorizzabile. I ragazzi quando arrivano si mettono subito a palleggiare, si riscaldano; io li controllo in totale tranquillità, e se sono dispari mi piace scambiare qualche palla con uno di loro. Mentre alleno sono molto attento a quello che accade, cerco di non farmi sfuggire nulla, di catturare gli sguardi, le voci, i movimenti di chi mi è vicino, ma anche di chi è un po’ lontano. Ho cercato spesso di rubare qualcosa dagli altri maestri, di guardare il loro modo di allenare, comunicare, motivare, correggere; è un esercizio sempre utile, una piccola fonte di ispirazione, soprattutto quando si comincia un nuovo lavoro. Oggi il mio atteggiamento è cambiato, non sono più alla ricerca di qualcuno da imitare, da cui copiare i trucchi del mestiere; l’esperienza accumulata in tanti anni, mi ha permesso di avere un metodo personale, una scaletta ben precisa di cose da fare durante una lezione, al di là del livello degli allievi. È questo un passo importante, inequivocabile sintomo di maggiore sicurezza e conoscenza delle faccende quotidiane, che mi consente di non dover navigare a vista, di avere una rotta ben definita da seguire.

Tuttavia mi è rimasto il vizio di spiare i campi attaccati al mio, di osservare le facce, di cogliere gli umori, di fare un innocente studio di chi gioca pochi passi più in là. Non amo i confronti, non mi piace usare bilance e bilancini per valutare la professionalità o il successo di un maestro, preferisco capire le differenze, i diversi approcci, le scelte che io non sono solito fare. Tale tipo di osservazione non è affatto scontata, anzi rischia di essere soltanto un processo superficiale, se non viene fatta con grande attenzione, mettendo da parte ogni frettoloso giudizio. Non sono tante le cose che cerco, ma molto concrete, quelle in cui credo maggiormente: imparare, migliorare, sentirsi amati, essere felici, avere voglia di giocare, essere liberi. Nel mio campo questi aspetti hanno la priorità, niente altro viene prima, tutto il resto è una conseguenza, un legame che diventa più forte ogni giorno. Ecco che l’occhio cade alla ricerca, si lancia nelle vicinanze, come un radar a caccia di valori in fuga. Quando non li trova a pochi metri di distanza, comincia a sbattere le ciglia, a sforzarsi di non sentirsi cieco, di non riuscire a vedere. Allora anche il campo più vicino, sembra molto lontano, pur non avendo muri da scavalcare, appare appartenere ad un altro mondo, che non riesco a riconoscere. Ho creato qualcosa in questi anni, un gruppo, una filosofia, una linea di pensiero, un senso di appartenenza, un modo di confrontarsi unico, di cui vado fiero. È stato un lavoro lungo e faticoso, pieno di insidie, e con alte probabilità di fallimento; ho tenuto duro, sono andato avanti tenacemente, anche se vicino a me non trovavo appoggi, solidarietà o aiuti. Così mi sono trovato distante anni luce da tutti, quasi incompreso, nonostante i confini minimi, e i continui momenti di condivisione. L’originalità ha sempre un posto in prima fila durante gli allenamenti, ma è stato altrettanto importante dare alcuni punti di riferimento, a cui aggrapparsi per non sentirsi spaesati. Ciò che mi inquieta parecchio, è il non essere riuscito a conquistare gli altri maestri, a non essere la fonte di ispirazione, da me tanto cercata ad inizio carriera. Vederli vicini agli occhi non basta per considerarli a me affini, troppo spesso, in fondo alle lenti degli occhiali, li scorgo appena, dopo un notevole sforzo. Forse è solo un’errata impressione, amare considerazioni di un’anima solitaria, che pochi si sforzano di comprendere; i ragazzi sembrano riuscirci senza difficoltà, facendomi sentire così vicino a loro quanto mi ritengo così lontano dagli altri maestri.
Andrea Villa

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