29 nov 2009

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L’articolo della settimana (64) Togliere la sofferenza

filoA chi piace soffrire? Chi desidera patire le pene dell’inferno? Chi si trova a proprio agio nel tormento? Non sopporto più la sofferenza; per questo semplice motivo, ho abbandonato le gare, concluso la carriera di mediocre giocatore. Ad un certo punto sono diventato incapace di resistere, di trovare la giusta dose di forza interiore, per combattere contro le avversità, per vincere le difficoltà che si presentavano durante le partite. Non rimprovero niente a me stesso, fino a quando ho avuto le energie necessarie, ho lottato tenacemente, cercando di spingermi vicino ai limiti, qualche volta superandoli. Spesso il prezzo da pagare è stato altissimo, in termini di fatica, di stanchezza, di dispiacere; spesso ho provato grande gioia, soddisfazione, felicità. Un equilibrio instabile, un balletto tra il successo e il suo opposto, un salire e scendere dal trono del vincitore continuo, che mi condannava o premiava in maniera netta. Negli incontri incerti, in quelli dove la pressione non mi faceva respirare, sentivo il cuore battere con chiarezza contro le tempie, le mani tremare al cambio di campo, mentre portavo il bicchiere alla bocca; affrontavo le battaglie con impeto, grinta e determinazione, stringendo il pugno in segno di sfida, ma con la paura sempre al mio fianco.

Gli allenamenti servivano ad affinare i colpi, a migliorare la resistenza del fisico, ma non erano capaci di riprodurre l’adrenalina del torneo; i cesti fatti in settimana, i punti con i compagni, gli scatti, i pesi sollevati durante la preparazione atletica, erano solo un dolce aperitivo, leggero da gustare, e mai indigesto. La gara mi attanagliava lo stomaco, un groviglio inestricabile di emozioni si presentava ogni volta, nonostante cercassi di tenerle a bada, di controllarle, di comandarle. Correndo dietro alla pallina avvertivo la fatica sommarsi alla sofferenza, un inferno da cui non potevo scappare, dovevo attraversarlo tutto per trovare la via verso l’uscita. Non c’era un punto che volessi perdere, lasciare all’avversario, un nemico da battere, odiato senza ragione; non mollavo, arrivavo anche dove non era possibile, sfinito da continue accelerazioni e altrettante frenate. I molteplici tormenti interiori rendevano difficili le scelte, confusa la tattica, un miraggio qualsiasi strategia; tuttavia le complicazioni mi esaltavano, scovare la soluzione era la mia forza, l’unica di cui disponevo. Ho perso tante volte, ho vinto parecchio; oggi non sono più in grado di giocare una vera partita, ho completamente smarrito la volontà di resistere alla sofferenza, la testa ha acquisito un rifiuto, da cui non può recedere. È molto difficile trasmettere agli allievi questi concetti; quasi provo dispiacere nell’invitarli a non sottrarsi alla fatica, e ai patimenti provati nelle partite. Non c’è altra via, giocare a cuor leggero non è sinonimo di crescita; leggo nei loro occhi il tentativo di sfuggire, di non dare peso al punto, di pensare alla strada breve, sempre la più facile. Ogni allenamento ragioniamo, parliamo, scopriamo qualcosa; vorrei che lottassero con tutte le forze, non per dare una soddisfazione a me, per rendere felice il maestro con l’apparenza di un comportamento. Li raduno cercando di non fare un monologo, di pungolare l’orgoglio, di essere uno stimolo, di farli arrabbiare. Togliere la sofferenza è il più grande errore che possiamo commettere, la peggiore fuga, che non conduce dove si crede di arrivare. Come essere abbastanza convincente? Come far capire ai ragazzi un tale messaggio? Osservare la tempesta avvicinarsi può fare paura, anche se si tratta soltanto di una partita di tennis; affrontarla significa andare incontro alla vita, che prima o poi bussa alla porta di tutti noi.

Andrea Villa

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