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Senza Categoria (1) Uomo morto in marcia (Prima parte)
Quanto è banale fare un bilancio a fine anno? Quanto è inutile prendere una calcolatrice, mettere da parte il buono, sottrarre il cattivo, ed avere il rendiconto, il risultato delle azioni fatte, ma anche di quelle mancate. Come se soppesare le cose riuscisse a cambiarle, a farle diventare migliori, soltanto perché sono passati ancora una volta trecentosessantacinque giorni. È soltanto una pia speranza, un falso augurio a noi stessi, per tentare un passo verso il futuro, allungare una mano nei confronti dei sogni fino ad ora non realizzati. Trovo stucchevole pensare a tutto nei pressi del traguardo, quando il boia può soltanto urlare al condannato le ultime parole che gli è concesso sentire: uomo morto in marcia. Chissà che cosa passa nella testa del disgraziato in quei momenti, quali angosce lo turbano, se è abbastanza lucido per capire a chi sta andando incontro. Forse al buio eterno, al nulla, all’infinita perdizione, oppure al Buon Dio, alle sue braccia protese, alla luce capace finalmente di illuminare la sua anima. Non c’è via d’uscita, nessuna possibilità di fuga, il destino è scritto, da sé stesso, ma anche dalla complicità di altri.
Pochi passi verso il patibolo, un corridoio stretto, mani e piedi incatenati, forse una preghiera recitata a memoria, un vano tentativo di redenzione. Il momento del bilancio dura alcuni secondi, un breve flash alle cose più importanti, i dolci ricordi si mescolano alle crudeltà subite e perpetrate, le fragranze di gioventù abbracciano l’odore delle adulte delusioni; gli occhi vorrebbero chiudersi per ricordare, ma devono rimanere aperti, per non cadere di nuovo, per seguire l’ultima strada. Un anno nasce pieno di speranze e di sogni, e poi muore trafitto da una scheggia, freddato da un proiettile nella schiena, bruciato da una scossa; quello che si porta dietro viene dimenticato in fretta, scordato subito, quasi fosse un delitto ancora più efferato, una imbarazzante vigliaccata. Così si riparte, alla caccia di qualcosa, di qualcuno, di niente e di nessuno; tutto riprende a girare, l’ingranaggio a ruotare, il meccanismo a produrre, a garantire l’illusione, o il semplice bisogno di essa. Una continua ripetizione, perpetuata all’infinito, giorno dopo giorno, trecentosessantacinque volte all’anno; prima del bilancio, della fine, di quei passi scontati, dell’ultimo disperato grido: uomo morto in marcia! Perché spostare le tessere del domino, provare a metterle in fila in modo differente, mischiandole tra loro, creando un disordine mai immaginato prima: perché? Una linea retta contro il caos, la sicurezza contro l’imprevedibilità, la noia contro l’avventura. Cambiare è impossibile. Cambiare è impossibile. Cambiare è impossibile. Una condanna che ci diamo a vicenda, una croce lanciata addosso agli altri, una croce che torna sempre indietro; da portare sulle spalle, fingendo che non ci sia. Una serie di bastardi senza spina dorsale, armati di pala per sotterrare il proprio cadavere, zombie dagli occhi privi di vita. Figli della consuetudine, dell’inedia, del vuoto, in cui precipitano trecentosessantacinque giorni all’anno, prima che il boia li convochi, li chiami a rapporto, li derida, indicandoli con il loro vero nome: uomini morti in marcia.
Andrea Villa
Domani la continuazione di “Uomo morto in marcia”

I bilanci nuocciono gravemente alla salute, meglio vivere di prospettive. Auguri