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Senza Categoria (2) Uomo morto in marcia (Seconda parte)
L’aguzzino li tiene in pugno, stretto parente del diavolo, muove i fili, scaltro burattinaio, li prepara, tanto bastone e poca carota; calcola ogni mossa, somma, sottrae, moltiplica, ma soprattutto divide, tenendo molto per sé e lasciando quasi nulla alle sue creature. Un altro osceno anno, con la faccia sporca, a bere acqua sudicia, poveri bastardi senza gloria: a loro va bene così, non chiedono niente di meglio. Poi c’è il bilancino, i propositi, i pesi e i contrappesi, le promesse, i programmi e persino i proponimenti. Il solito squallido teatrino, i pupazzi che si agitano, saltano, ballano e festeggiano; una notte lunga quanto un corridoio, dove trovare il giorno dopo una catena stretta intorno alle mani, e ben salda alle caviglie. I fuochi d’artificio svaniscono come una bolla di sapone, una fiammata appena accennata, un sibilo che si perde all’orizzonte, risucchiato da un lontano buco nero. Le stelle si prostituiscono e regalano l’inganno, nascondendo dietro un velo di luce la verità, così chiara da non poter essere vista. I pazzi ridono a crepapelle liberi di confondere le risa, gli unici capaci di comprendere ogni cosa, di sottrarsi alle domande, stretti all’angolo trecentosessantacinque giorni all’anno.
Il delirio non ha padroni, è pericoloso, perennemente in fuga, compresso nell’inutile camicia di forza, ma potente come l’imperscrutabile, lo sconosciuto, l’incontrollabile. Percorre una strada senza segnali, obblighi, cartelli, divieti; cammina scalzo, svestito, nudo dalle menzogne, dalle bugie. Invece i poveri bastardi hanno paura, sono sottomessi, tremano, fanno comunella, controllano che le catene rimangano ben salde, mentre guardano il loro carnefice urlare al mondo intero: uomo morto in marcia. Un sottile corridoio, un passo dopo l’altro, un anno dopo l’altro, un uomo morto in marcia dopo l’altro. Il bilancio si fa sempre alla fine, alla conclusione, superata la linea del traguardo. Se non ci fosse un posto da raggiungere? Se il viaggio portasse da nessuna parte? Se fosse solamente un lento procedere verso il nulla? Se fosse soltanto un’esca attaccata ad una trappola? Quante stupide domande, se le risposte fossero facili da conoscere, i quesiti sarebbero altrettanto inutili. A chi importa sapere, grattare la superficie, andare oltre, fermare anche solo per un attimo il lavoro del boia; fermare il lavoro del boia, guardarlo fisso negli occhi e chiedergli se le cose non possono andare in un altro modo. Sia ben inteso, a nessuno, nemmeno nel momento della riflessione, del conteggio, del bilancio nel giorno trecentosessantacinque. La prigione è riempita, riesce ad accogliere tutti, c’è un notevole ricambio; un’unica voce rompe il silenzio della rassegnazione, dei bastardi senza fiato, dei condannati. Con le spalle al muro, guardo fuori dalla sbarre; il solito prurito mi infastidisce, la camicia di forza non mi permette di grattarmi. Comincio a ridere, a ridere, a ridere ancora; non c’è niente di divertente, è solo il deliro, che non mi impedisce di sentire il solito grido: uomo morto in marcia. Un altro anno va al patibolo, lo lascio andare accompagnato dal boia, tenendo stretta tra le braccia la mia ridente follia.
Andrea Villa
