24 Gen 2010

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L’articolo della settimana (73) Criteri

100percentoFaccio un giro in rete per trovare qualcosa che solletichi la mia curiosità, per scovare magari una novità, un insolito approccio al tennis. Finisco quasi per caso sul sito di uno dei più prestigiosi circoli d’Italia, con una tradizione importante, e con un presente altrettanto considerevole. Subito mi butto nella pagina dedicata al settore tecnico, per scoprire chi insegna in quel posto, e quali credenziali l’hanno portato a lavorare in un club così conosciuto. Le foto dei maestri sono disposte una sotto all’altra, con una piccola didascalia che non mi lascio sfuggire. Poche righe che dovrebbero essere significative, non soltanto per me, ma anche per chi non conosce molto bene l’ambiente del tennis; rimango stupito nel leggere quello che c’è scritto: nessun riferimento alle qualifiche in possesso, a esperienze precedenti, ad eventuali giocatori allenati, in quale settore con relativi risultati, a titoli di studio conseguiti, a conoscenze e competenze in altri campi. Siamo alle solite; l’unico parametro è la classifica, il livello di gioco passato e naturalmente quello attuale, come unica testimonianza della validità dell’insegnante in questione.

Da profondo conoscitore della mentalità del tennis nostrano, non trovo nulla di strano in questo procedere, ma se fossi un completo profano che cosa capirei della bontà del maestro leggendo un numero formato da due cifre, uguale a quello di una comune vitamina? Forse penserei che aver vinto delle partite in gioventù, basti per essere un perfetto maestro, ignorando completamente altri aspetti fondamentali, sconosciuti ormai anche agli addetti ai lavori. Non voglio cancellare d’un colpo il percorso agonistico, metterlo in un angolo tra le cose vecchie, ma dargli il giusto valore, che percentualmente non dovrebbe essere superiore al 25%. Un altro quarto di cento, andrebbe attribuito alle qualifiche conseguite, ai corsi d’aggiornamento frequentati nel tempo, indice della volontà di conoscere, di non fermarsi a credenze superate; in modo da allargare il più possibile lo spettro delle proprie competenze, per avere in mano un passepartout capace di aprire qualunque porta. A questo deve essere aggiunto il titolo di studio, troppo spesso sottovalutato da chi maneggia molto bene la racchetta, che invece può avere un peso decisivo nelle faccende lavorative, sempre più complesse e multiforme. Siamo appena a metà, a qualcosa di ancora lontano dal tutto, da una pienezza difficile da raggiungere, ma verso la quale un insegnante moderno deve tendere. L’esperienza non si compra al supermercato, non è in vendita, e forse non ha nemmeno un prezzo. Tuttavia è decisiva, un bagaglio inestimabile riempito nel tempo, lezione dopo lezione, errore dopo errore, successo dopo successo. Soltanto il continuo lavoro sul campo può accrescere questo bottino, renderlo prezioso, da usare al momento giusto, per essere un vero aiuto per gli allievi, un punto di riferimento concreto. Ho imparato molto dai maestri anziani con cui ho avuto la fortuna di collaborare, osservare come riuscivano a cogliere certe sfumature, a trovare soluzioni a problemi in apparenza senza uscita, mi ha fatto comprendere quanto debba essere profondo l’approccio dell’insegnante: un altro 25% determinante, sinonimo di vita vissuta. E poi? Cosa manca per chiudere il cerchio, per toccare il tanto sospirato cento? L’ultimo pezzo riguarda l’intangibile, quel tocco portato da casa, l’inventiva che rende una persona speciale, diversa da tutte le altre; in grado di cambiare, di rinnovare, di modificare attraverso un’innata spinta il consueto modo di fare, verso una strada non ancora battuta. Un dono che non ha affinità con il livello di gioco, i titoli e l’esperienza, ma altrettanto importante: un quid indeterminato, in mano a pochi uomini di grande successo. La somma di tutto questo è senza dubbio esaustiva, un semplice numero non può definire la validità di una persona, è piuttosto l’indice di una superficialità diffusa nella categoria dei maestri di tennis: ancora incapaci di capire ciò che vogliono essere veramente.

Andrea Villa

  1. classico pensiero di un maestro che purtroppo per lui non è mai stato un buon giocatore. quante volte l’ho sentito.

  2. marco maz says:

    scusami marco, ma mi sento di contraddirti. e non poco.
    nessuno ha la sapienza infusa, e la sapienza “da gioco” è molto diversa, IMHO, da quella necessaria ad insegnare. insegnare bene. il discorso di andrea, che condivido non poco, meriterebbe molte più parole. C’è poca voglia di migliorare, di apprendere, di aggiornarsi. Fare il Maestro dovrebbe essere non come andare in ufficio a timbrare il cartellino “tanto sono stato 2.3… quindi io SO”. al contrario, lo sport si evolve continuamente. è necessario viaggiare se possibile confrontarsi, conoscere, perchè quello che va bene oggi non andave bene ieri e sarà superato domani. Questo se si cerca un min. di “alto livello”. se un maestro si accontenta di far tirare le 4 palle alla moglie del cummenda… beh. allora siamo parlado di due piani diversi.

  3. Mi sono preso un pò di tempo per rispondere; a costo di essere ripetitivo voglio ribadire un concetto: non è mia intenzione sminuire ciò che si è fatto da giocatori, anzi lo ritengo un valore da tenere in debita considerazione anche quando si intraprende la carriera di maestro. Purtroppo spesso si commette l’errore di ritenerlo l’unico aspetto in grado di definire la bontà di un insegnante. E’ pur vero che diversi titoli e attestati non possono sostituire il vissuto di un percorso agonistico importante; come del resto sono necessari anni di lavoro per avere un buon bagaglio di esperienza. Forse dalla simbiosi di tutte queste cose nasce il maestro veramente valido, quello che non si accontenta del passato, ma cerca di completarsi, di colmare le lacune, di migliorare fino dove è possibile. In fondo se bastasse maneggiare bene la racchetta, per insegnare con altrettanta facilità, saremmo senza dubbio una nazione piena di campioni!
    Andrea Villa

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