14 feb 2010

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L’articolo della settimana (76) Opinioni sulla verità

veritaIl vecchio maestro ha le mani piene di tagli, il freddo non perdona, non guarda in faccia nemmeno a chi meriterebbe un po’ di calore. Settantadue primavere non sono una sciocchezza, soprattutto se quarantotto di queste sono state consumate sul campo da tennis, cercando di insegnare il gioco inventato dal diavolo. Strette tra le mani rugose, sono passate intere generazioni, molte racchette, tantissimi talenti; le storie da raccontare non si contano, sono migliaia, come i consigli dispensati, le palline colpite, i volti nella memoria. Non so che cosa significhi essere vecchio, e cosa si provi ad avere gran parte della vita alle spalle, a vedere i capelli diventare grigi, a cedere davanti all’inesorabile decadimento del corpo. Per un giovane è quasi impossibile capire, comprendere un vuoto difficile da riempire, o forse già colmo fino al bordo. La clessidra del tempo corre veloce, nemmeno girandola si è in grado di saltare all’indietro, e tornare dove si è già stati. Il momento più bello delle lunghe giornate sul campo è quando il maestro mi offre una caramella; ha le tasche sempre piene, ma una rimane da parte per me, conservata come una dolce abitudine.

Mentre la scarto, guardo i bambini tentare di palleggiare, osservo i loro colpi acerbi, lo scarso controllo, il divertimento che sembrano avere pur prendendo la palla poche volte. Ogni lezione insisto sugli stessi concetti, li rammento, li ripeto, quasi fosse una cantilena, un ritornello da imparare a memoria. Nonostante gli sforzi, spesso sono insoddisfatto, vorrei che gli allievi giocassero meglio, si muovessero di più, avessero un atteggiamento convincente, senza darmi l’impressione di essere poco coinvolti. Così interrogo il vecchio maestro, buttandogli addosso le perplessità, le incertezze che continuano a perseguitare il mio lavoro. Non ottengo mai una risposta precisa, una scontata formuletta a cui affidarmi con semplicità, di facile applicazione. Quando parte la domanda non si vede mai all’orizzonte un’opinione raggiungibile, intuibile, afferrabile anche da un giovane insegnante. Le parole sembrano sfuggire al controllo, uscire dalla strada, ma poi trovano ogni volta il sentiero, la direzione da seguire verso l’unica destinazione possibile. Ascolto e intanto continuo a guardare, a tenere d’occhio cosa combinano i bambini, sperando che qualcuno riesca a sorprendermi, ed essere diverso dagli altri. Perché tutti lasciano rimbalzare la palla due volte? Perché sono così poco regolari? Perché si muovono tanto male? Perché nessuno migliora in maniera evidente? Perché certi comportamenti non cambiano mai? Perché nessuno si distingue dagli altri? Perché? Il vecchio maestro sorride, interrompe il suo monologo, forse per scovare tra i ricordi qualcosa che possa attenuare la mia sete, il ripetuto chiedere. Vorrei che esistesse una verità in grado di aiutarmi, una certezza inconfutabile da tirare fuori nel momento del bisogno, esatta e mai contestabile. In fondo non serve a questo l’esperienza, il vissuto, ad avere soluzioni già provate e dal sicuro successo? Forse. Gli allievi giocano, il maestro riprende a parlare, io posso soltanto prestare attenzione. Una storia sulla verità, una parabola sul comune pensiero, un gancio a cui appigliarsi, mentre si precipita nel vuoto. Mi suggerisce di immaginare un circolo con ottanta e un campo, di farci un giro e vedere come si comportano i tennisti, quello che fanno durante il gioco. In tutti gli ottanta campi, i giocatori fanno rimbalzare la palla due volte, nessuno si muove per prenderla, è consuetudine colpire solo quando passa vicina, gli scambi durano meno di un secondo. Invece nell’ultimo campo la palla viene presa sempre dopo un rimbalzo, oppure al volo, i due giocatori la rincorrono con tutte le forze, senza lasciarla mai andare; gli scambi durano un’eternità, mischiati alla terra, al sudore e alla fatica. Il vecchio maestro mi invita a uscire da quel circolo, e a chiedermi quale sia la verità da portare con me. Sorrido, sapendo di essere rimasto abbagliato ancora una volta, meravigliato di cosa ho trovato alla fine del sentiero. Dalle sue mani rugose esce un’altra caramella, la prendo e la metta in tasca, sperando che possa diventare piena come le sue.

Andrea Villa

  1. Beh Andre…devo dire abbastanza deprimente però bello! E comunque io mi distinguo dagli altri; forse in peggio però lo faccio! Aah…io sono sempre attivo e coinvolgente quindi non puoi dirmi niente!!

    P.S.: Notare che sono venuto a guardare il tuo sito

    Bella Andre

    Fabri

  2. Francesca says:

    Adoro il vecchio maestro. Lo adoro quando si perde nei labirinti delle sue argomentazioni. E lo adoro quando, con una sola parola, ironica e sorniona, inquadra situazioni e personaggi… E’ così che anch’io, ultima arrivata, mi arricchisco della sua esperienza.
    Il buongiorno mattutino è un rito, e l’affaccio serale, per il consueto arrivederci, l’ultimo inevitabile atto della mia giornata lavorativa. Oggi mi ha chiamato Franceschina… Ma la caramella me la devo ancora meritare……

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