28 mar 2010

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L’articolo della settimana (82) Visione

Per la prima volta dopo mesi le nuvole hanno deciso di abbandonare il cielo di Milano, si sono aperte per lasciare spazio ad una luce brillante, calda come nelle più belle giornate di primavera. Il sole è sinonimo di vita, appena compare riesce nell’abile mossa di rinnovare i colori, di esaltare la natura e far sembrare la città meno brutta. È strano sorprendersi ogni volta quando accade il semplice fenomeno dell’alternarsi delle stagioni, comandate dall’inesorabile trascorrere del tempo, qualcosa che travalica il supposto potere dell’uomo sul mondo, e sulle sue meraviglie. Una perfetta luminosità permette di vedere con maggiore chiarezza, senza chiedere agli occhi uno sforzo supplementare, di cogliere i particolari con facilità, di afferrare la bellezza con un candido sguardo. Il buio provoca tristezza, tocca l’umore fin nel profondo, perché intacca la speranza, oscura i sogni indebolendo anche l’animo più resistente. È la ricerca della luce, del vitale bagliore che ci spinge a continuare nei momenti di difficoltà, la consapevolezza di scorgerlo alla fine di un percorso, un premio in grado di spazzare via le troppe nuvole incontrate lungo il cammino. Penso spesso a cosa desidero trovare, in quale cielo sta volteggiando la mia carriera di insegnante; mi serve per capire le scelte da fare, a chi chiedere consiglio, dove cercare un riparo, ed un piccolo aiuto.

Avere una chiara visione necessita di tempo, di molti passi in avanti e tanti indietro, una fede incrollabile, non in un Dio qualunque, piuttosto in sé stessi, e nelle poche persone che ci sono a fianco. Rari sono i momenti di condivisione, di accettazione di ideali simili, di comuni tensioni verso qualcosa di importante; ogni giorno mi accorgo di essere molto lontano dagli altri, dalla maggior parte delle persone che attraversano la mia strada. Allora i comportamenti diventano incomprensibili, ed il buio inizia a scendere, un gelo che contraddistingue molti rapporti umani, superficiali e menzogneri. Non riguarda la banale questione di come si possa insegnare il diritto o il rovescio, di che cosa dire agli allievi per convincerli a giocare a tennis, c’è molto di più. Una luce che manca, un senso capace di scacciare via i fantasmi, e non rendere il lavoro una catena di montaggio, una mera esecuzione di gesti meccanici. Ormai credo di essere completamente solo, in un viaggio dove gli altri hanno preferito una via alternativa, verso la quale ho tentato di guardare anche io, trovando soltanto un velo nero. Senza certezze mi muovo attanagliato dal dubbio, di aver sbagliato strada, di essere prigioniero di una visione fallace, di allucinazioni, di apparizioni da camicia di forza. Persino i pensieri a volte non sono ordinati, confusi si accavallano tra loro, incapaci di esprimersi chiaramente. Eppure c’è una ferrea volontà di essere migliore, una potente ambizione di battersi per raggiungere l’eccellenza, e non scendere nelle sabbie mobili della mediocrità. Peccato che la mia luce venga sempre oscurata, coperta da un inverno grigio, sempre di moda, al di là dell’alternarsi delle stagioni; affidarsi alle persone di rare capacità è un pericolo, il rischio che possano cambiare il vecchio procedere è troppo alto, meglio assoldare servi e giullari, e far tintinnare le loro catene, tra una risata e l’altra: una visione simile al peggiore degli incubi.

Andrea Villa

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