30 Apr 2010

Postato da in Senza categoria | 3 commenti

Senza Categoria (11) Camminando in Via Feltre

Cammino, è passata da poco l’una e mezza. Ho appena finito di giocare, non mi va di restare al circolo a mangiare, preferisco uscire. Non ho voglia di vedere le solite facce, ascoltare i consueti discorsi, spogliati di verità, consumati dal tempo, vuoti, almeno per me. Sono stanco, i piedi mi fanno male, ho corso tutta la mattina, dietro ad una maledetta palla, per guadagnare da vivere. Cammino piano, accompagnato da un pallido sole, e dall’unico desiderio: quello di restare solo. Porto i passi con estrema calma, dosando energie e respiri, le mani riposano nelle tasche, mentre piccoli dolori invadono il resto del corpo, malandato per le troppe ore passate sul campo. Cammino in silenzio, ascoltando le voci dei passanti, i rumori della via, e il vento che si è alzato a soffiare con leggerezza. La solitudine non ha bisogno di parole, di spiegazioni, di teorie, di stupide convinzioni; è sufficiente a sé stessa, vive una vita propria, indipendente: per questo amo rimanere in disparte. Cammino e tengo gli occhi aperti, come una spia pronta a scovare il nemico nascosto, attento a non lasciar sfuggire nemmeno un dettaglio, un’insignificante piccolezza, solo all’apparenza di poco conto.

Il baracchino è aperto giorno e notte, mi sembra impossibile che qualcuno possa fermarsi per mangiare qualcosa, o anche solo per bere un semplice caffè; la ragazza orientale ha una voce tagliente, il padrone invece sembra appena uscito di galera, eppure i miseri tavolini accolgono qualche sparuto cliente: li fisso e capisco che la fame non guarda in faccia a nessuno. Cammino e mi accorgo che il povero cane del chiosco non c’è più, stava sempre per terra addormentato, forse è morto di vecchiaia, magari di inedia. Il semaforo ferma per un attimo le dolenti gambe, allungo d’istinto lo sguardo verso l’orologio del supermercato, le automobili passano veloci, il verde arriva presto: l’invito a proseguire. Alla fermata dell’autobus noto una ragazza di colore circondata da tanti sacchetti, penso ad una spesa costosa, mi accorgo invece che in quelle borse ci sono stracci messi dentro alla rinfusa; di fianco a lei, un uomo sta fumando una sigaretta già finita, un posto più in là un altro strano individuo sta dormendo con la testa appoggiata al vetro. Sono più sporchi di me, nessuno osa avvicinarli, tutti restano a debita distanza, cercando di non incrociare i loro occhi, di evitare qualsiasi contatto: mi domando quale strada li abbia portati fino a qui, alla fermata di autobus che per loro sembra non passare mai. Cammino fissando i passanti uno ad uno, quelli seduti nei bar, i ragazzi che tornano a casa da scuola, gli incravattati prigionieri di un vestito troppo stretto, gli schiavi del telefono e del chiacchiericcio senza una fine. Un ragazzo indiano è in piedi davanti ad una bancarella, l’ordine degli oggetti esposti è perfetto, quasi maniacale; chissà quanto tempo ha impiegato per mettere in fila anelli, collane, cinture, braccialetti, orecchini che pochissimi si fermano a guardare. Cammino ed incontro un mio allievo, subito mi ricorda i successi della nostra squadra del cuore, mi strappa un sorriso, ed una parola gentile, è un bravo ragazzo, abita nelle vicinanze del circolo, e sa dove sono diretto. Entro in pizzeria e ordino il solito trancio, ormai sono un cliente affezionato, per fortuna c’è poca gente, trovo un tavolino libero, e in pochi minuti mangio, solo e contento di non dover dare attenzione a qualcuno. Esco mentre il locale si riempie, sguscio via come un fantasma, e riprendo a camminare in direzione opposta. Il sole è ancora pallido, timido si nasconde dietro le nuvole, fa caldo e sono in maniche corte, e i piedi continuano a farmi male. Mi aspettano cinque ore nel campo coperto, apparentemente una follia, una quantità di calore esasperante per tutti, non per me. Tengo gli occhi ben aperti, la bocca chiusa, anche se tra un po’ dovrò di nuovo iniziare a parlare, a buttare fuori un fiume ininterrotto di parole. Cammino e ritrovo il ragazzo indiano, chissà se è riuscito a vendere un solo anello, ed a incassare almeno un euro: l’ordine è sempre impeccabile. Pochi passi e vedo una donna magrissima, sottile come un fiammifero, bruciato troppo in fretta; non è la prima volta che incrocia la mia strada, una mela in mano, e deboli morsi dati con fatica: cerco di non fissarla a lungo per evitare di metterla in imbarazzo. Alla fermata dell’autobus la ragazza di colore è sempre circondata dai suoi sacchetti, uno gli fa da cuscino; l’uomo con la sigaretta si è invece appoggiato ad una stampella, spuntata da chissà dove, ed ha chiuso gli occhi, il suo vicino dorme come se nulla intorno a lui accadesse. Mentre apro la porticina che mi riporta dentro al circolo, mi domando se quelle tre persone abbiano almeno la forza per abbandonarsi ad un qualsiasi sogno.

Andrea Villa

  1. stefano says:

    Dai Andrea..il nostro lavoro è pesante ma non così insopportabile!!
    Certo che ogni tanto abbiamo bisogno di staccare e rimanere un po’ soli!!!
    A presto.
    Stefano

  2. Fede Fanta says:

    La signora di colore circondata da sacchetti l’avrò vista mille volte e non credo abbia molti sogni se non quello di avere sempre al suo fianco la bottiglia di birra. Ti sconsiglio di parlarle, non è il massimo della simpatia.

  3. sergio Arosio says:

    Caro Andrea, ho appena finito di leggere l’articolo Camminando in via Feltre e, come al solito, me lo sono gustato. Sai che mi piace come scrivi.
    Mi hai fatto venire un po’ di nostalgia del tempo passato perché m’è venuto in mente quante volte mi sono seduto al baracchino che tu menzioni per mangiare un panino che, ti assicuro, era veramente squisito! Anch’io ero solo, con il mio bicchiere di vino rosso (anch’esso molto buono, mi ricordo che era un rosso d’Avola) e mi piaceva guardare le persone che passavano, anche molti nostri soci che stavano recandosi al Circolo.
    Ti assicuro che i tavolini erano pulitissimi, così come anche il chiosco. Tutto in ordine e, per quanto riguarda i vetri, una volta stavo dando il resto senza accorgermi che erano chiusi (era d’inverno…)
    Anche l’omaccione ( si chiama Pietro) ti assicuro che dietro quella faccia da “poco di buono” manifesta s un carattere violento ma ha un gran cuore. Basti pensare quanto bene voleva a quel cane di cui tu parli: mi spiacerebbe veramente se fosse morto…
    Non voglio dilungarmi troppo. Possiamo continuare a parlarci di persona la prima volta che vengo al Club.
    Ti saluto caramente e…sempre Forza Inter.
    Sergio

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