13 giu 2010

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L’articolo della settimana (92) 46° Torneo Avvenire

Appoggio le dita sulla tastiera cercando di ordinare le idee, ma sono tremendamente stanco; la settimana più intensa dell’anno è finita, il 46° Torneo Avvenire è ormai alle spalle, vissuto come sempre con grande intensità e partecipazione. Hanno vinto un ragazzo spagnolo ed una fanciulla della Bolivia, con merito, alzando il trofeo emozionati, con la consapevolezza di aggiungere il proprio nome ad un albo d’oro prestigioso. Quando anche l’ultimo giocatore abbandona il circolo, si viene immediatamente sovrastati da un’onda di tristezza, pervasi da una profonda malinconia, per qualcosa di speciale che si farà attendere per un anno intero. Otto giorni sono volati via con la consueta rapidità, pieni di voci e volti stranieri, di partite facili e lottate, di sogni realizzati ed infranti; un miscuglio di sensazioni diverse, di emozioni difficili da interpretare nel modo corretto, ma autentiche, come poche altre volte accade durante un’intera stagione. I gazebo nel villaggio ospitalità sono vuoti, stanno per essere smontati, come le tribune sul campo centrale, dove il futuro del tennis si è fatto vedere, tentando di lasciare nella mente degli appassionati una visione di quello che sarà.

Potrei scrivere pagine e pagine di un evento che personalmente trovo impagabile, forse un giorno magari vorrò provarci, per ora desidero soltanto mettere in fila le cose più rilevanti, di maggiore impressione, senza la presunzione di spacciarle per uniche, e non passibili di alcuna critica. Sono quasi venti anni che collaboro alla riuscita del torneo in ruoli diversi, dopo questo lungo tempo, credo di aver sviluppato un occhio attento, capace di cogliere sfumature invisibili ai più, di essere capace di fare un’analisi approfondita, comprensiva di aspetti diversi. Sessantuno tennisti italiani erano presenti nel tabellone principale, ventisette nel maschile, trentaquattro nel femminile: questo importante numero ha prodotto appena una ragazza nei quarti di finale, un risultato deludente, che deve far riflettere sull’intero movimento. Bolivia, Perù, Guatemala, Indonesia, Egitto, Ungheria, Thailandia, Israele, Cipro; la concorrenza nel tennis è altissima, ormai quasi tutte le nazioni del mondo sono pronte a proporre giovani interessanti e vincenti, forse questo è uno dei motivi per cui è così difficile emergere, rispetto a sport praticati soltanto in determinate realtà. Potrà sembrare una considerazione generica e poco aderente al vero, ma i ragazzi stranieri hanno un marcia in più, solide motivazioni, spiccata umiltà, e persino una gioia di vivere superiore alla nostra; è bello vedere giovani di provenienza così diversa fare amicizia, diventare un gruppo, unirsi piuttosto che dividersi tra sciocche rivalità e banali discorsi sulle differenze altrui. Tante persone mi hanno chiesto il motivo degli scarsi risultati dei nostri giocatori in questa edizione, in cui nessun ragazzo è riuscito a passare il secondo turno: ho risposto con semplicità, senza tanti fronzoli, che giocano meglio, sono più maturi fisicamente ed intellettualmente, ed allenati da persone che si danno pochissime arie, pur avendo tra le mani il futuro primo tennista al mondo. La finale femminile non è stata bella, anzi piuttosto noiosa, così il mio sguardo andava più spesso verso il pubblico, a cercare di capire chi avesse riempito le tribune: il tennis interessa soltanto alle persone anziane, anzi vecchie. I troppi capelli grigi mi hanno confermato il completo distacco da parte dei giovani, categoria che evidentemente segue solo il calcio, almeno in Italia; non sono l’unico ad avere avuto questa impressione, confermata dall’età di alcune persone direttamente coinvolte nell’organizzazione: settantanni il direttore del torneo, sessantanove il referee, settantasette e settantaquattro i due giornalisti della rassegna stampa, ottanta un assistente del referee! Mi chiedo come un giovane possa pensare di fare carriera, di avere un ruolo decisionale in un paese che mantiene gli stessi uomini nelle medesime poltrone in eterno! Ringrazio i dodici raccattapalle, miei allievi, che hanno partecipato con entusiasmo, mentre riservo una tirata di orecchie a tutti gli altri, rimasti a casa nella settimana più interessante dell’anno. Pochi sono venuti a godersi il torneo, l’unico momento in grado di trasformare il circolo, di passargli una mano di vernice d’oro, in cui tutto sembra luccicare. Quanto alla sceneggiata fatta da due socie per accaparrarsi un campo in segreteria, preferisco non commentare, pur domandami perché non riescano a godersi l’evento, invece di attendere la sua fine, per riappropriarsi di qualcosa che considerano una personale proprietà. Il conto alla rovescia è già iniziato, il prossimo Torneo Avvenire appare lontano, ma il tempo passa in fretta, lasciando alcuni indelebili ricordi, da portare alla mente nell’attesa, scacciando così la tristezza delle abitudini, delle poche idee, e degli slanci sempre più scarsi.

Andrea Villa

  1. Riccardo Berticelli says:

    bello e toccante…. l’anno prossimo sarò giudice di linea xD

  2. sergio arosio says:

    Caro Andrea,
    condivido pienamente il tuo articolo.
    Per quello che mi riguarda penso che questo Avvenire lo ricorderò per tante emozioni ma, soprattutto, per i visini gioiosi, tristi, indecifrabili… delle due gemelline.
    Difficile dementicarle e non capisco il perché.
    Sergio

  3. Davide Stasi says:

    grande articolo!!!

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