12 ott 2010

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L’intervista (vera) a Giacomo Oradini

Rovereto, Bologna, Milano non è l’itinerario di una gita fuori porta, di una scampagnata tra amici, è invece un trinomio che ha portato un giovane ragazzo a perseverare nell’inseguire un sogno: quello di diventare un vero giocatore di tennis. Giacomo Oradini ha vent’anni, gli occhi furbi, ed una contagiosa energia, si vede che non è cresciuto in città; eppure vederlo sul campo è un piacere, anche quando va fuori giri, e perde le staffe. Un semplice caffè può bastare, è una scusa perfetta per farsi raccontare una storia, di come rincorrere una palla diventi nel tempo una professione.

Come è stato il tuo approccio con il tennis?
Mio padre Luigi lavorava al Ct Rovereto come maestro alla Scuola Tennis, ed è stato lui a convincermi a provare; tuttavia il primo insegnante è stato Massimo Labrocca, che da Salerno si era trasferito in Trentino. Da piccolo giocavo poco, non mi importava a quale livello fossi, era sufficiente stare in compagnia degli amici con la racchetta in mano. Fino a quattordici anni i risultati sono stati modesti, un paio di semifinali in due tornei Nike, e gli ottavi ai campionati italiani individuali.

Un inizio morbido, che anticipava però il primo salto di qualità.
Sono riuscito a farlo con un nuovo maestro arrivato a circolo, Roberto D’Autilia, e grazie anche a qualche seduta di preparazione atletica, fino a quel momento un oggetto misterioso, almeno per me. Grazie a risultati più convincenti, la classifica cominciava a farsi interessante, avevo bisogno di giocare con maggiore continuità, e essendo l’unico ragazzo di buon livello, ero costretto ad arrangiarmi per allenarmi. Spesso giocavo con Florian Allgauer, oppure mi spostavo cercando qualcuno disposto a condividere qualche ora di campo. Ad un certo punto mi sono reso conto di dover intensificare l’attività, ma tenere occupato un campo al circolo per tante ore, a volte strideva con le esigenze dei soci. Per fortuna poi ho conosciuto Davide Scala, arrivato per fare la Serie A2, che mi ha convinto a fare un altro passo in avanti.

Ti ha convinto a lasciare Rovereto e trasferirti a Bologna?
Si, e devo dire che è stata una scelta di cui non mi pento, forse andava fatta prima; a causa della mia palese immaturità il primo periodo lontano da casa è stato drammatico, non ero pronto per vivere solo, e dovermi preoccupare della gestione totale del quotidiano. L’aiuto da parte dei miei genitori è stato fondamentale, soprattutto dal punto di vista economico, era impossibile riuscire a far quadrare i conti con le poche partite che vincevo.

Milano è stata la tappa successiva, per ora l’ultima.
Una settimana al mese andavo a Tirrenia ad allenarmi, e così ho conosciuto Viktor Galovic; cercavo un gruppo più ampio con cui proseguire l’attività, scegliere il Tc Ambrosiano è stata la conseguenza di questo bisogno. Sapevo del buon lavoro che stava facendo il maestro Fabio Menati, spesso l’avevo incontrato in Trentino in giro per tornei, dopo un po’ di corteggiamento tennistico ho deciso per il nuovo trasferimento.

Avendo conosciuto molti giocatori e insegnanti, quale idea ti sei fatto di queste due figure?
Gli insegnanti di circolo purtroppo sono parecchio legati allo stipendio, e li capisco; alcuni sono molto preparati, ma scarsamente propensi a seguire giovani che tentano di affacciarsi con fatica nel circuito. I giocatori hanno le loro responsabilità, io soltanto ora ho capito l’importanza della preparazione atletica, da quando ho cominciato a farla con criterio, ho fatto enormi progressi dal punto di vista fisico. Non dimentichiamo però i dirigenti, che spesso all’interno dei circoli non riescono a mettere le persone giuste al posto giusto.

Nel 2010 hai conquistato punti importanti, contento della tua stagione?
Ho raggiunto i quarti nel Futures di Desenzano e gli ottavi in altri due, portando a casa sei punti ATP; ho anche sedici punti in doppio grazie a due semifinali. Mentre i tre Open che ho vinto mi hanno permesso di raggranellare un po’ di soldi per finanziarmi l’attività. Purtroppo le spese sono altissime, tra trasferte, l’affitto, e il costo degli allenamenti, alla fine dell’anno non resta molto. Per fortuna il Tc Ambrosiano è molto ospitale, non mi è mai stato negato un campo, oppure l’uso delle altre strutture. Non ho nemmeno l’automobile, il mio unico mezzo è il treno, ma sono contento così, la comprerò quando potrò permettermela.

Tanti sacrifici, molte ore sul campo, rincorrendo sempre la vittoria. Perché in Italia emergono soltanto le donne?
Rispondo banalmente, gli uomini sono troppo coccolati, anche a Tirrenia, mentre le ragazze fanno altre scelte, più coraggiose. Tra il numero 1000 e il 300, non c’è differenza, eppure molti giovani promettenti si perdono per strada, contenti del facile guadagno magari dato dai tornei Open. So che per salire veramente serve una motivazione ferrea, ed una continuità ancora un po’ traballante!

Salire per arrivare dove?
Il sogno per ora è quello di fare le qualificazioni in Grande Slam; a volte dopo qualche match perso malamente invidio gli amici e il loro naturale divertimento, poi però penso a tutti gli sforzi fatti e ricomincio a crederci!

Credere in un sogno, nel riuscire a toccare una cima, una personale vetta. Da Rovereto a Milano, passando per Bologna e molti altri posti ancora. Il viaggio per Giacomo è appena iniziato, dove lo porterà sarà la sua voglia di arrivare a deciderlo.

Andrea Villa

Potete trovare l’intervista anche sul sito dell’amico Alessandro Nizegorodcew: http://www.spaziotennis.com/

  1. Daje Giacomino che c’arriviamo a Flushing Meadows!!! (alla peggio da spettatori)

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