13 Ago 2011

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L’articolo della settimana (145) Una giornata stupenda

È una giornata stupenda. Bella come il sorriso di un amore ritrovato. Non sono ancora le 8 del mattino, sono solo. Capita entrando in un posto vuoto di sentirsi come dei ladri, venuti a portare via qualcosa che non ci appartiene. Oggi è diverso. La porta si chiude alle spalle emettendo il rumore stridente di sempre, i gradini sotto i piedi scricchiolano seguendo il consueto ritmo, ma appena giro l’angolo quello che talvolta mi è sembrato un inferno ha invece le sembianze del paradiso. Mi fermo. Il sole taglia l’orizzonte con tanti raggi simili a scintillanti lame, il cielo non è mai stato così azzurro.

Il rosso dei campi assorbe il calore offrendo un contrasto perfetto, tutto intorno il verde della vegetazione protegge, delimita, esalta lo spettacolo solo per i miei affamati occhi. Resto in adorazione, in silenzio, in pace. Non c’è nessuno, il parcheggio è privo di automobili, le sdraio della piscina dormono ancora, prima di essere violentate dai faticatori dell’abbronzatura, le sedie della terrazza restano ordinate come soldati prima della battaglia. Luci ed ombre si alternano in un walzer armonioso, dove c’è spazio per entrambi, in un lento ritrarsi prima e in una nuova conquista poi.

Scendo per recuperare i ferri del mestiere, gli attrezzi che sera dopo sera ripongo nel medesimo ordine, nello stesso preciso posto. A volte penso di essere prigioniero di continui riti, di profonde abitudini, scaramantiche sequenze in cui ogni gesto deve essere uguale al giorno precedente. È solo l’inizio di un’altra giornata trascorsa a rincorrere una palla, l’ennesimo mattone utile ad inseguire i miei piccoli e grandi sogni. Nessuno può capire, anche se tentassi di spiegarlo nella maniera più convincente, non sarei abbastanza esaustivo. Non mi importa. Sono solo. Spingo il carrello colmo di palline delicatamente per evitare che la solita rotella si stacchi, costringendomi ad un’altra improvvida riparazione. Un po’ del rosso della vernice che io stesso ho dato, si attacca alle mani, minuscole briciole, frammenti quasi impalpabili, ma parte del rituale.

Il vialetto sconnesso amplifica il cigolio, fino a quando raggiungo il campo 7, sette come i giorni della settimana in cui lavoro. C’è Antonio. L’uomo dei campi si aggira a scrutare la situazione, a verificare, a tastare lo stato del terreno. Spazza qualche riga, e con una scopa di saggina che lo fa assomigliare ad uno spazzacamino toglie alcune foglie, va bene così, mi dice da lontano. Non ha bisogno di urlare. Siamo soli. Ha piovuto due notti fa. Ha piovuto molto, alcune zone sono ancora pregne, madide, altre appaiono secche, quasi bianche. Chissà cosa c’è sotto, cosa le rende diverse. Come un pittore alla ricerca dell’uniformità del suo colore preferito, prende la lunga canna e spruzza una leggera dose di acqua solo dove serve, a riempire, colmare la diseguaglianza. Il suo è un gesto calcolato, esperto, da cui nasce e muore in pochi secondi un arcobaleno. Se potessi afferrarlo e farlo mio, saprei a chi donarlo.

È una giornata stupenda, rara. Così preziosa che soltanto due persone possono vederla nel suo momento più alto. Antonio riprende il suo giro. Entrambi sappiamo il motivo per cui ci troviamo lì. Ci conosciamo da più di venti anni. Fisso il sole. Una pallina da tennis infuocata, piantata nel cielo. Abbandonate su una panchina recupero quattro palle, ormai vecchie, troppo consumate per il raffinato gioco di molti soci. Io gli regalo nuova vita, accomodandole nel cesto tra molte altre, la fresca compagnia gli farà bene. Poso alcune in terra, tra poco il primo colpo verrà sferrato, seguirà un numero non definito, tremendamente alto. Le aiuto ad uscire, a scalare insieme a me l’Everest, la quotidiana montagna che si presenta davanti ora dopo ora, giorno dopo giorno. Le guardo rotolare, vicino alla rete, alla racchetta, alle righe perfettamente pulite, ai chiodi che le tengono conficcate nella terra rossa. Le guardo e quasi mi intenerisco, come a volermi scusare della violenza con cui le batterò. Non è colpa mia, lo faccio per mangiare.

Tolgo lo sguardo, cerco l’arrivo di qualcuno, ancora qualche minuto, ancora qualche istante di beata solitudine. La recinzione del campo 7 è abbracciata da abbondanti piante, da lunghi rami che cadono dentro come liane pronte per essere afferrate. Mi avvicino alla zona d’ombra per osservarli, resto al confine, sentendo caldo e freddo nello stesso momento. So che qualcosa manca. È una certezza. È il silenzio a dirmelo. Eppure è una giornata stupenda.

Andrea Villa

  1. Articolo stupendo, molto evocativo

  2. sandstorm says:

    Non sapevo fossi cosi’ poeta oltre che un grande MAESTRO !
    grazie!
    miky

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