17 Mar 2013

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Storie di Tennis (2) L’ultimo Wimbledon di John Mcenroe

Il fioretto non può nulla contro un bazooka; John Mcenroe lo sapeva, ma sperava di poter compiere un miracolo, un ultimo colpo di teatro, come soltanto un genio del palcoscenico poteva fare. Il 1992 era iniziato bene per lui, agli Australian Open aveva battuto persino il campione in carica Boris Becker, riuscendo ad arrivare fino ai quarti di finale, dove il sudafricano Ferriera aveva infranto i suoi sogni di vittoria. Durante la consueta conferenza stampa dopo gara, Becker aveva riconosciuto a John i meriti per l’inatteso successo: “Ho molto rispetto per John Mcenroe, in una giornata di grazia può battere chiunque”. Anche a Wimbledon? Forse. Arrivare in finale in un torneo del Grande Slam significa superare sette avversari, sopravvivere alla morte, morire, rinascere, e finalmente alzare la coppa. Non era tra i favoriti, semplicemente era la sua ultima apparizione sull’erba londinese, così aveva deciso; altri erano i giocatori accreditati del successo finale, tutti in perfetta forma. John non era nemmeno compreso tra le teste di serie, uno smacco per uno che aveva vinto tre volte il torneo, ma non gli importava, a trentatre anni sono altre le cose su cui concentrarsi.

Per non cedere ai suoi famosi sbalzi di umore si era affidato ad un coach, Larry Stefanki, a cui aveva chiesto di seguirlo con pazienza, per fargli trovare il giusto equilibrio che mai in carriera era riuscito a mantenere. Contemporaneamente aveva pensato di iscriversi anche al doppio, insieme al tedesco Micheal Stich, che l’anno prima aveva vinto il singolare sorprendendo tutti, avversari e bookmakers. In gioventù giocare il doppio gli serviva da allenamento, anche se quasi sempre, con l’ottima spalla Peter Fleming, il trofeo finiva per accomodarsi fra le sue nervose mani. Il sorteggio lo aveva accoppiato al primo turno al brasiliano Mattar, poco temibile, perfetto per fare un buon esordio; un po’ contratto Mcenroe è costretto a cedere un set, ma la vittoria non gli sfugge. Il pubblico lo applaude, perché teme di non rivederlo più, di non poter più ammirare il delicato tocco che tanto li aveva incantati negli anni addietro. Alla fine di ogni carriera, anche al più antipatico dei giocatori si perdona tutto, ogni forma di odio nei suoi confronti svanisce, qualunque addio commuove anche il più freddo dei cuori. Al secondo turno lo aspetta Pat Cash, l’australiano che nel 1987 aveva dato lustro alla tradizione aussie, battendo in finale il malcapitato Ivan Lendl. È emozionante vedere una partita che si sarebbe potuta giocare con le compiante racchette di legno; i due campioni si conoscono a memoria, entrambi fanno del gioco di volo la loro arma migliore, un peccato che si debbano scontrare così presto nel torneo. Mcenroe trema all’idea di uscire sconfitto, perde il primo set, acciuffa il secondo, ma nel terzo deve di nuovo arrendersi. I suoi nervi iniziano a cedere, i lanci di racchetta si fanno frequenti, le mani spesso si infilano tra i capelli per la disperazione, capelli che ormai cominciano a volgere verso il grigio. Cash dietro la classica fascetta a scacchi, intontisce l’americano di pallonetti, l’unico modo per tenere l’avversario lontano da rete. Tuttavia John ha un sussulto, e con alcune giocate possibili solo agli dei del tennis, conquista quarto e quinto set: è lui ad alzare le braccia al cielo. “Ho perso contro il più grande di tutti i tempi”, dirà l’australiano, mentre Mcenroe sta già preparando l’incontro successivo. David Wheaton è un bel ragazzo, giovane e motivato, capace di un tennis meno romantico, ma molto veloce. John scende in campo per la prima volta tranquillo, e con il suo fioretto, fa sanguinare l’avversario da mille impercettibili buchi: tre set perfetti gli bastano per approdare agli ottavi.
Il destino a volte manda alcuni piccoli segnali, bisogna essere capaci di coglierli alla svelta, e sfruttare quello che ci ha regalato. Non c’è la testa di serie numero uno, Jim Courier, ad attenderlo, ma un onesto qualificato, Andrei Olhoskiy, buon doppista e nulla più, che incredulo riesce a sorprendere il primo giocatore al mondo, poco a suo agio sul fine tappeto di erba. Mcenroe riceve il dono di buon grado, e ancora in tre set prosegue il suo cammino, i quarti di finale sono una realtà. Qualcuno comincia a crederci, il vecchio John può farcela, sta giocando bene, ha finalmente un coach, ed è ancora in gara in doppio: le sue quotazioni iniziano a salire di colpo: l’ennesimo miracolo John? Guy Forget non è mai stato un cuor di leone, e lo dimostra nell’incontro con Mcenroe; il francese lascia strada libera all’americano senza vincere nemmeno un set: le porte delle semifinali sono aperte, il sogno può continuare.
I giornali finalmente si occupano di lui, come quando strapazzava gli avversari senza pietà; non sarebbe bello se conquistasse il torneo otto anni dopo l’ultimo successo? Wimbledon è divisa, tra chi spera che John possa arrivare in finale, e chi invece riconosce in Andre Agassi il nuovo prodigo, la nuova rock star del tennis, capace di colpire la palla con un anticipo fulminante. A bordo campo il manager di sempre, Sergio Palmieri, e la moglie Tatum O’Neal, rimangono in silenzio durante il palleggio preliminare, quasi come se stessero rivolgendo una supplica agli dei del tennis. Sono evidentemente preoccupati, sanno che l’impresa è ardua, e forse nemmeno un miracolo potrebbe bastare. A Wimbledon c’è il sole, ma per Mcenroe la notte è destinata a calare molto presto. Il genio moccioso, sembra soltanto un moccioso davanti alla potenza del giovane Andre, cresciuto alla scuola del guru Nick Bollettieri. I passanti sono proiettili che nessun scudo è in grado di fermare, il fioretto non può nulla contro il bazooka, John lo sapeva. È finita, è l’addio, tre set indolore, che fanno malissimo, lacerando, prendendo a schiaffi il sogno del povero Mcenroe. Pallido abbandona il campo, quasi senza voltarsi, mentre Agassi assapora la vittoria contro quella che già definiscono una leggenda del tennis, che ora gli ha lasciato spazio definitivamente. È proprio Andre Agassi ad alzare il trofeo, dopo una finale drammatica contro il favorito Goran Ivanisevic, durata cinque interminabili set. E John? L’ultimo Wimbledon di John Mcenroe non poteva chiudersi così, aveva bisogno di qualcosa di speciale, di indimenticabile, come una delle sue volèè bloccate. Fermata dall’oscurità la finale del doppio viene rimandata al lunedì, dove il pubblico per l’occasione è libero di entrare gratuitamente; non gli sembra vero di partecipare all’ultimo colpo di pennello del genio, alla sua uscita di scena, alla chiusura del palcoscenico. Vincere il doppio non è come trionfare in singolare, ma l’abbraccio con cui Stich solleva Mcenroe, fa capire quanto John tenesse a lasciare un’altra zampata, forse quella definitiva, ma non meno importante. Un colpo di teatro che solo John Mcenroe era in grado di regalare, a sé stesso e a agli altri, nella sua ultima apparizione a Wimbledon.

Andrea Villa

  1. gabriele says:

    grazie per questo squarcio di storia del tennis.
    grazie di cuore.

  2. Bellissimo ricordo, fa male ancora a rileggerlo, ma bello. E il passaggio “Alla fine di ogni carriera, anche al più antipatico dei giocatori si perdona tutto, ogni forma di odio nei suoi confronti svanisce, qualunque addio commuove anche il più freddo dei cuori” è impeccabile.

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