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	<title>Puramentecasuale &#187; Storie</title>
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		<title>Storie di Tennis (2) L&#8217;ultimo Wimbledon di John Mcenroe</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 23:07:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il fioretto non può nulla contro un bazooka; John Mcenroe lo sapeva, ma sperava di poter compiere un miracolo, un ultimo colpo di teatro, come soltanto un genio del palcoscenico poteva fare. Il 1992 era iniziato bene per lui, agli Australian Open aveva battuto persino il campione in carica Boris Becker, riuscendo ad arrivare fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1961" title="tramonto" src="http://www.puramentecasuale.com/sito/wp-content/uploads/2010/01/tramonto-380x209.jpg" alt="tramonto" width="380" height="209" />Il fioretto non può nulla contro un bazooka; John Mcenroe lo sapeva, ma sperava di poter compiere un miracolo, un ultimo colpo di teatro, come soltanto un genio del palcoscenico poteva fare. Il 1992 era iniziato bene per lui, agli Australian Open aveva battuto persino il campione in carica Boris Becker, riuscendo ad arrivare fino ai quarti di finale, dove il sudafricano Ferriera aveva infranto i suoi sogni di vittoria. Durante la consueta conferenza stampa dopo gara, Becker aveva riconosciuto a John i meriti per l’inatteso successo: “Ho molto rispetto per John Mcenroe, in una giornata di grazia può battere chiunque”. Anche a Wimbledon? Forse. Arrivare in finale in un torneo del Grande Slam significa superare sette avversari, sopravvivere alla morte, morire, rinascere, e finalmente alzare la coppa. Non era tra i favoriti, semplicemente era la sua ultima apparizione sull’erba londinese, così aveva deciso; altri erano i giocatori accreditati del successo finale, tutti in perfetta forma. John non era nemmeno compreso tra le teste di serie, uno smacco per uno che aveva vinto tre volte il torneo, ma non gli importava, a trentatre anni sono altre le cose su cui concentrarsi.</p>
<p><span id="more-1960"></span>Per non cedere ai suoi famosi sbalzi di umore si era affidato ad un coach, Larry Stefanki, a cui aveva chiesto di seguirlo con pazienza, per fargli trovare il giusto equilibrio che mai in carriera era riuscito a mantenere. Contemporaneamente aveva pensato di iscriversi anche al doppio, insieme al tedesco Micheal Stich, che l’anno prima aveva vinto il singolare sorprendendo tutti, avversari e bookmakers. In gioventù giocare il doppio gli serviva da allenamento, anche se quasi sempre, con l’ottima spalla Peter Fleming, il trofeo finiva per accomodarsi fra le sue nervose mani. Il sorteggio lo aveva accoppiato al primo turno al brasiliano Mattar, poco temibile, perfetto per fare un buon esordio; un po’ contratto Mcenroe è costretto a cedere un set, ma la vittoria non gli sfugge. Il pubblico lo applaude, perché teme di non rivederlo più, di non poter più ammirare il delicato tocco che tanto li aveva incantati negli anni addietro. Alla fine di ogni carriera, anche al più antipatico dei giocatori si perdona tutto, ogni forma di odio nei suoi confronti svanisce, qualunque addio commuove anche il più freddo dei cuori. Al secondo turno lo aspetta Pat Cash, l’australiano che nel 1987 aveva dato lustro alla tradizione aussie, battendo in finale il malcapitato Ivan Lendl. È emozionante vedere una partita che si sarebbe potuta giocare con le compiante racchette di legno; i due campioni si conoscono a memoria, entrambi fanno del gioco di volo la loro arma migliore, un peccato che si debbano scontrare così presto nel torneo. Mcenroe trema all’idea di uscire sconfitto, perde il primo set, acciuffa il secondo, ma nel terzo deve di nuovo arrendersi. I suoi nervi iniziano a cedere, i lanci di racchetta si fanno frequenti, le mani spesso si infilano tra i capelli per la disperazione, capelli che ormai cominciano a volgere verso il grigio. Cash dietro la classica fascetta a scacchi, intontisce l’americano di pallonetti, l’unico modo per tenere l’avversario lontano da rete. Tuttavia John ha un sussulto, e con alcune giocate possibili solo agli dei del tennis, conquista quarto e quinto set: è lui ad alzare le braccia al cielo. “Ho perso contro il più grande di tutti i tempi”, dirà l’australiano, mentre Mcenroe sta già preparando l’incontro successivo. David Wheaton è un bel ragazzo, giovane e motivato, capace di un tennis meno romantico, ma molto veloce. John scende in campo per la prima volta tranquillo, e con il suo fioretto, fa sanguinare l’avversario da mille impercettibili buchi: tre set perfetti gli bastano per approdare agli ottavi. <img class="alignright size-medium wp-image-1963" title="mac1" src="http://www.puramentecasuale.com/sito/wp-content/uploads/2010/01/mac1-334x209.jpg" alt="mac1" width="334" height="209" />Il destino a volte manda alcuni piccoli segnali, bisogna essere capaci di coglierli alla svelta, e sfruttare quello che ci ha regalato. Non c’è la testa di serie numero uno, Jim Courier, ad attenderlo, ma un onesto qualificato, Andrei Olhoskiy, buon doppista e nulla più, che incredulo riesce a sorprendere il primo giocatore al mondo, poco a suo agio sul fine tappeto di erba. Mcenroe riceve il dono di buon grado, e ancora in tre set prosegue il suo cammino, i quarti di finale sono una realtà. Qualcuno comincia a crederci, il vecchio John può farcela, sta giocando bene, ha finalmente un coach, ed è ancora in gara in doppio: le sue quotazioni iniziano a salire di colpo: l’ennesimo miracolo John? Guy Forget non è mai stato un cuor di leone, e lo dimostra nell’incontro con Mcenroe; il francese lascia strada libera all’americano senza vincere nemmeno un set: le porte delle semifinali sono aperte, il sogno può continuare.<br />
I giornali finalmente si occupano di lui, come quando strapazzava gli avversari senza pietà; non sarebbe bello se conquistasse il torneo otto anni dopo l’ultimo successo? Wimbledon è divisa, tra chi spera che John possa arrivare in finale, e chi invece riconosce in Andre Agassi il nuovo prodigo, la nuova rock star del tennis, capace di colpire la palla con un anticipo fulminante. A bordo campo il manager di sempre, Sergio Palmieri, e la moglie Tatum O’Neal, rimangono in silenzio durante il palleggio preliminare, quasi come se stessero rivolgendo una supplica agli dei del tennis. Sono evidentemente preoccupati, sanno che l’impresa è ardua, e forse nemmeno un miracolo potrebbe bastare. A Wimbledon c’è il sole, ma per Mcenroe la notte è destinata a calare molto presto. Il genio moccioso, sembra soltanto un moccioso davanti alla potenza del giovane Andre, cresciuto alla scuola del guru Nick Bollettieri. I passanti sono proiettili che nessun scudo è in grado di fermare, il fioretto non può nulla contro il bazooka, John lo sapeva. È finita, è l’addio, tre set indolore, che fanno malissimo, lacerando, prendendo a schiaffi il sogno del povero Mcenroe. Pallido abbandona il campo, quasi senza voltarsi, mentre Agassi assapora la vittoria contro quella che già definiscono una leggenda del tennis, che ora gli ha lasciato spazio definitivamente. È proprio Andre Agassi ad alzare il trofeo, dopo una finale drammatica contro il favorito Goran Ivanisevic, durata cinque interminabili set. E John? L’ultimo Wimbledon di John Mcenroe non poteva chiudersi così, aveva bisogno di qualcosa di speciale, di indimenticabile, come una delle sue volèè bloccate. Fermata dall’oscurità la finale del doppio viene rimandata al lunedì, dove il pubblico per l’occasione è libero di entrare gratuitamente; non gli sembra vero di partecipare all’ultimo colpo di pennello del genio, alla sua uscita di scena, alla chiusura del palcoscenico. Vincere il doppio non è come trionfare in singolare, ma l’abbraccio con cui Stich solleva Mcenroe, fa capire quanto John tenesse a lasciare un&#8217;altra zampata, forse quella definitiva, ma non meno importante. Un colpo di teatro che solo John Mcenroe era in grado di regalare, a sé stesso e a agli altri, nella sua ultima apparizione a Wimbledon.</p>
<p>Andrea Villa</p>
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		<title>Storie di Tennis (1) Derrick Rostagno</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 23:03:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ciò che è dato è reso. Nulla accade per caso, nulla viene lasciato dal destino senza che prima o poi torni a riprenderselo. Nel momento del favore, del regalo inatteso, non si è in grado di capire che quel dono dovrà essere restituito, e riabbracciare così il suo legittimo proprietario. Una vittoria, una festa, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1933" title="aereo" src="http://www.puramentecasuale.com/sito/wp-content/uploads/2010/01/aereo-380x209.jpg" alt="aereo" width="380" height="209" />Ciò che è dato è reso. Nulla accade per caso, nulla viene lasciato dal destino senza che prima o poi torni a riprenderselo. Nel momento del favore, del regalo inatteso, non si è in grado di capire che quel dono dovrà essere restituito, e riabbracciare così il suo legittimo proprietario. Una vittoria, una festa, un aeroplano, un nastro, un colpo a vuoto, un sorriso, uno sguardo verso il cielo; messe insieme queste cose appaiono senza significato, una lista sconclusionata di parole prive di parentela, incapaci di legarsi. Eppure sono il risultato di un crudele gioco, un lancio di dadi fatto dalle mani del destino, a volte casuale, mai senza senso. Derrick Rostagno non immaginava, non poteva immaginare; era soltanto un giovane tennista di tante speranze, un bel ragazzo nato a Hollywood, i capelli folti e l’andatura dell’attore, prestato però al tennis. Figlio di un avvocato, a 18 anni ebbe l’onore di rappresentare il proprio paese alle Olimpiadi di Los Angeles; un aperitivo per una carriera che lo porterà ad essere numero 13 al mondo, a battere molti giocatori più importanti di lui, senza però diventare un ricordo indelebile nella mente degli appassionati. Nel 1986 aveva 21 anni, e come tanti era a caccia di un po’ di punti, per tentare di scalare la classifica, e diventare un giocatore professionista.</p>
<p><span id="more-1932"></span>Le prime avventure in giro per tornei le viveva senza particolari pressioni, in fondo sarebbe sempre potuto tornare a Stanford, continuare gli studi e magari seguire le orme del padre dedito con passione al mestiere di avvocato, naturalmente se i risultati non fossero stati all’altezza. San Luis Potosi era una città famosa per la produzione dell’argento, dove veniva organizzato un piccolo torneo, con 5000 dollari di montepremi; un’inezia se paragonato ai grandi eventi del tennis mondiale, dove i campioni si dividevano soldi a palate, in modo da saziare la loro continua fame di ricchezza e notorietà. Numero 418, recitava così la classifica dell’americano, al momento dell’iscrizione, lontana dall’olimpo, distante dai nomi celebrati dalle riviste specializzate: Lendl, Becker, Edberg, McEnroe, Leconte, Connors, Wilander. A Derrick non importava, senza dubbio la carriera di un professionista è più dolce se parte dalle gare minori, dai bassifondi della racchetta, dove per conquistare la gloria è permesso persino sbranare gli avversari. Forse non erano questi i pensieri che lo accompagnavano durante il primo incontro, forse non lo sarebbero stati nemmeno in futuro; tuttavia pian piano l’americano dimostrava di poter arrivare fino alla fine, perché giocava bene: pensare di vincere il torneo non era affatto un’eresia. Dunlop, Wooldridge, Richter, Lozano e Cox: Rostagno non temeva nessuno, grazie ad un tennis praticamente perfetto, riuscì in quella settimana a sorprendere persino sé stesso, mettendo in fila gli avversari uno dopo l’altro, fino a conquistare il torneo. I tennisti da lui battuti non avrebbero fatto di certo la storia di questo sport, ma il sapore per il primo successo in carriera è sempre particolare, quasi indimenticabile. Allora perché non fermarsi a festeggiare, per continuare a godere dell’atmosfera del Messico, e ritardare il rientro a Los Angeles: amici e parenti avrebbero capito. Subito dopo la premiazione Derrick pensò di annullare il suo volo da Città del Messico, la notte è sempre lunga, soprattutto per un vincitore, andava innaffiata con una buona dose di tequila, e magari in compagnia di qualche bellezza locale: la California poteva aspettare. Il destino ha molte facce, anche nel 1986; ogni sua mossa ha qualcosa di perfido, sebbene sia sempre elegante, quasi riservato: persino nel 1986. Le autorità dissero che era stato un freno difettoso, la cui esplosione aveva danneggiato il sistema idraulico; 167 morti, l’incidente si verificò poco dopo la partenza. Nella lista passeggeri mancava il nome di un americano degli Stati Uniti, che all’ultimo momento aveva rinunciato a partire: quella persona era Derrick Rostagno.<img class="alignright size-medium wp-image-1935" title="rostagno" src="http://www.puramentecasuale.com/sito/wp-content/uploads/2010/01/rostagno-315x209.jpg" alt="rostagno" width="315" height="209" /><br />
Ciò che è dato è reso. Non sempre si arriva a capire quanto questa frase sia vera. Tuttavia c’è un istante in cui ogni cosa diventa chiara, e i conti sono finalmente a posto.<br />
Nel 1989 era Ivan Lendl il primo giocatore al mondo; insieme a Boris Becker si presentava come favorito alla vittoria finale nell’ultima prova del Grande Slam: gli Us Open di Flushing Meadows, a New York City. Nel tennis le sorprese sono sempre dietro l’angolo, i cosiddetti outsiders pronti a rovinare la festa ai migliori, a far cadere le nobili teste del circuito. Rostagno non aveva fatto un percorso strabiliante per arrivare fino a lì, appena numero 65, nonostante un gioco brillante, basato essenzialmente sul seguire il servizio a rete. Forse i suoi scarsi successi erano dovuti ad alcune scelte di vita in apparenza bizzarre, spesso infatti Derrick preferiva alloggiare in bungalow piuttosto che in albergo, insieme agli altri tennisti. Addirittura quando poteva si spostava con il suo piccolo camioncino Volkswagen, di cui andava orgogliosamente fiero. Al secondo turno lo aspettava il campione di Wimbledon, un tedesco tutto di un pezzo, che aveva strabiliato il mondo quattro anni prima trionfando sull’erba londinese alla tenera età di diciassette anni. Becker era accreditato della seconda testa di serie, e non pensava di faticare troppo contro Derrick: gli incontri difficili sarebbero stati altri. Evidentemente quel giorno l’americano era proprio ispirato; vincere due set contro Boris era considerata un’impresa possibile soltanto agli dei del tennis: Rostagno non poteva dire di farne parte. 61, 76, recitava così il tabellone del campo centrale, uno smacco per il massiccio tedesco, incapace di rispondere con efficacia al servizio dell’avversario, abile a chiudere ogni varco nei pressi della rete. Un vero campione non poteva arrendersi alle prime difficoltà, così il terzo set finiva nelle mani di Becker, che cominciava a credere nella rimonta. Entrambi non avevano fatto i conti con il destino, con i suoi dadi, lanciati a volte a caso, mai senza senso. Nel tie break del quarto set Rostagno arrivava a condurre per sei punti a quattro, procurandosi due match point; il suo gioco sembrava privo di incertezze, perfetto negli schemi di attacco che tanto male avevano fatto al tedesco. Perché restare a fondo campo? Perché aspettare che fosse l’avversario a consegnare la partita? Scendere a rete era l’unica speranza, il solo modo per andare incontro al destino: così fece. L’attacco cadde vicino alla linea di fondo, difficile da riprendere, anche per il secondo giocatore al mondo; l’attacco era praticamente perfetto, Becker avrebbe dovuto tentare un passante quasi impossibile, lasciando il campo vuoto, alla mercè della comoda volèè di Rostagno. Così accadde. Boris rincorse quella palla con lo sguardo della disperazione, con gli occhi di chi conosce già la propria fine, l’inevitabile sconfitta. Il passante tornò indietro sospinto soltanto dalla speranza, da scarsa convinzione, pronto a toccare il piatto corde offerto dall’americano. Un istante prima di essere colpita, e sancire la sconfitta del tedesco, la palla toccò appena il nastro, scavalcando senza rimedio la racchetta di Rostagno: ciò che dato è reso. Da quel momento la rimonta di Becker era scritta, nulla poteva più batterlo, il destino aveva deciso per lui. Poco importa se poi vinse il torneo, battendo Ivan Lendl in finale, ormai il conto era tornato in parità. Quasi nessuno si preoccupò di intervistare Derrick dopo quel match, tutti accorsero dal tedesco, per sapere se era stato quel nastro a dargli la spinta decisiva verso il successo. Pochi riuscirono ad accorgersi che Rostagno rimase seduto nello stadio praticamente vuoto, nessuno vide quando alzò lo sguardo al cielo, mentre un aeroplano scompariva dietro le nuvole: con un sorriso capì che il suo conto con il destino era finalmente saldato.<br />
A chi importava che cosa sarebbe successo dopo quella partita? Al destino? Agli appassionati di tennis? A Derrick? L’equilibrio era raggiunto, il resto erano solamente chiacchiere. Tra alti e bassi e una lunga lista di infortuni, la carriera di Rostagno proseguì fino al 1996. L’anno prima aveva ricevuto il premio come il giocatore che aveva effettuato il miglior rientro in campo dopo uno stop durato quasi due intere stagioni. Riconoscimento gradito per Derrick capace di sconfiggere in un anno John Mcenroe per tre volte, anche dopo averlo sentito dire in conferenza stampa: “Non posso perdere una seconda volta con Rostagno”. Tuttavia Stanford l’aspettava, per proseguire dove aveva interrotto, e un giorno magari seguire le orme del padre; in fondo passare un esame universitario non sarebbe stato più emozionante di scampare ad un incidente aereo, oppure di uscire sconfitto da un campo da tennis, per colpa di una pallina che sfiora appena il nastro della rete.</p>
<p>Andrea Villa</p>
<p>Fonti:</p>
<p>Former tennis star seeks success in different court<br />
Di Jim Riggio e Staff Writer<br />
20 giugno 2005</p>
<p>Wikipedia, The Free Encyclopedia</p>
<p>30 agosto 1989, US Open, quando Derrick Rostagno tentò l’impresa<br />
Dagcom.com<br />
6 giugno 2008</p>
<p>Tennis.web.cz</p>
<p>La Rivista “Il Tennis Italiano” Nelle persone di Federico Ferrero e Roberta Lamagni</p>
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